L’isolamento nei disturbi alimentari. Testimonianza: “E’ meglio se mi chiudo in casa!”
Partendo dai sintomi alimentari si riesce sempre a capire molto di se, insieme ad un aiuto professionale specializzato.
Ci si isola per svariati motivi e paure.
Nel contempo è davvero complesso ammettere a se stessi di avere un forte timore di affrontare le relazioni, il timore di crescere, il timore di avere responsabilità, il timore di vivere nella sua interezza.
E’ frequente che si ricorra inconsapevolmente ai dolorosi sintomi come mezzo per isolarsi e chiudersi nel perimetro del proprio mondo pieno di sofferenza che, per quanto drammaticamente doloroso, lo si conosce ed è “certo”.
Isolarsi significa sottrarsi alla vita per svariati motivi e paure. Si tratta di un evitamento, il più delle volte, inconsapevole e inconscio.
Vorrei soffermarmi particolarmente sulla visione di se stessi.
Ricordo quando mi vestivo coprendomi dalla testa ai piedi per la vergogna di come ero, di come mi percepivo.
Era per me estremamente difficile guardare negli occhi una persona, parlarci, vivere insomma! Mi illudevo che il mio problema fosse come apparivo agli occhi degli altri e così prima o dopo finivo per chiudermi in casa, perché non volevo essere vista, per la vergogna.
Nessuno mi doveva vedere, mi chiudevo nella mia camera isolandomi, sentendo che nessuno poteva capire. Ero sola. Mi sentivo sola dentro, indipendentemente dalle persone a me vicine, sola in un dolore che paradossalmente mi permetteva un rifugio lontana dal mondo di tutti. Regnava sovrana in me una profonda sfiducia verso chiunque… Ma era davvero verso le altre persone?!?!
Nel pensiero/frase che spesso dicevo “non posso uscire perché sono grassa, non posso farmi vedere messa così”, ho compreso che io stessa proiettavo sugli altri ciò che vedevo/sentivo in me.
Come se tutti potessero percepire la visione distorta che io stessa avevo del mio corpo (indipendentemente dal peso specifico del momento), ma questo non valeva “solamente” per il corpo… come sempre quella è la punta dell’ice berg. Valeva per qualunque altro aspetto negativo la mia bassa autostima riteneva possedessi; infatti mi sentivo costantemente giudicata in tutto e da tutti.
In me era vivo il terrore che gli altri, in fondo, potessero sentire/percepire le mie infinite difficoltà in tutte le sfere della vita.
“Usavo”, senza rendermene conto, i sintomi per non vivere, per non uscire, per non affrontare le difficoltà, le paure.
Era sempre così: sicuramente le persone pensavano di me che non valevo nulla, ma in realtà ero io a pensarlo. Gli altri mi giudicavano sempre??? No, il più severo giudice era dentro di me, era la malattia.
Nel mio essere enorme, mi sentivo invisibile. #doloreinvisibile
Quell’enormità dettata da un dolore senza nome, mi faceva sentire che le persone potevano avercela con me costantemente, quando in realtà ero io ad essere arrabbiata con me stessa. PROIETTAVO SEMPRE TUTTO FUORI, perché fermarmi a guardarmi dentro faceva davvero male e i miei sintomi mortali e autolesionistici mi proteggevano da tanta sofferenza anestetizzandola.
Pensavo fosse una lotta tra me e il mondo quando in realtà si trattava di una lotta tra me e “me” e, in realtà, questo pensiero si alternava.
Si, sono stata davvero enorme, molto più che enorme… ben al di là dei miei chili, era il mio dolore ad essere grassissimo!
