Riflessioni in poesia, pagina in costante evoluzione, di seguito i titoli che troverai:
- “Dolore Invisibile”.
- “La Regola Del Silenzio”.
- “Trent’anni di fame buia”.
- “La Geometria del Vuoto, la paura di guarire”. (Leggere guida alla lettura.)
- “Il Coraggio di Tremare”. (Poesia riflessione sul concetto di forza e debolezza. I retaggi culturali sulle emozioni).
- “Il Falso Respiro di Claudia”. (Poesia riflessione sull’amore condizionato).
- “Le “due stanze” della depressione”.
- “La Cicatrice che Non Sanguina”. (Poesia riflessione sulla violenza sulle donne sia fisica, sia psicologica.)
- “La Triplice Catena”. (Poesia riflessione sulla violenza sulle donne sia fisica, psicologica che economica.)
1. “Dolore Invisibile”
Non è una scelta o un capriccio, ma una malattia, una dipendenza, un tunnel.
Dove il cibo e il corpo non sono che un velo e un mezzo. È un eco profondo, un segreto sussurro, che muta il nutrimento in battaglia e lutto.
Si cela nel piatto, si nasconde nel metro e nello specchio, una fame di vita che non ha di sazietà un centro. Non sono il cibo e il corpo i nemici, ma un vuoto interiore, che cerca conforto in un falso rigore.
L’Anoressia: un brivido freddo, la negazione, un corpo che vuole scomparire in una lenta erosione. La mente un severo, implacabile giudice, che impone la “leggerezza” come unica luce. Ogni calo è trionfo, ogni morso è sconfitta, la vita si stringe, l’anima è afflitta.
La Bulimia: un ciclo celato, vorace e violento, un conforto veloce, violento, fugace, seguito da pentimento. Il pianto nascosto, il silenzio che copre, Il gesto disperato che l’angoscia interrompe. Una ricerca d’oblio, un sollievo immediato, poi il gelo del senso di colpa provato.
Il Binge Eating: l’abbuffata che ruba ogni pace, una piena emotiva, che non trova contace. Mangiare per tacere il frastuono nel cuore, finché il corpo è talmente pesante da non riuscire a muoversi, mentre diventa leggero il valore. Poi i sensi di colpa uccidono tutto e nulla li anestetizza.
Sono spettri sottili, catene invisibili, che legano il sé in modi, da fuori, incomprensibili. Si chiede aiuto, non con voce ma con segni, nel rifiuto, nei timori e nei sogni.
Ma oltre il riflesso distorto, c’è la speranza di rompere il silenzio, di trovarsi davvero. Di scoprire che il valore non è in ciò che si pesa o mangia, bensì in se, ma anche nell’amore che accoglie la persona indifesa e nel chiedere aiuto per arrivare alla libertà.
CC
2. “La Regola Del Silenzio”
Nello specchio non c’è tregua, una forma che mente e inganna. Il silenzio è la regola ambigua di una fame di vita che l’anima affanna.
Una illusione di controllo cercato nel vuoto, un sussurro che detta ogni passo, il corpo ridotto a un voto, un confine tracciato in basso.
È un legame di odio e amore quello con i DCA, una stretta da cui si dipende; un rifugio che sento solo mio, mentre l’anima piano si spegne.
Ma la voce che rompe il silenzio, è il primo coraggio che salva; con la cura si vince il supplizio, e la vita guarisce e si lava.
CC
3. “Trent’anni di fame buia”
Non era fame, Carlotta, era una voragine. Trent’anni a riempire un pozzo senza fondo, giorni interi in un trance masticato, chili di pane, di zucchero, di nulla, di tutto, spinti giù a forza per tacitare il mondo, le emozioni, per anestetizzare l’urlo che avevi dentro da sempre. Il Bed annienta!
E poi il conto, salato, da pagare al corpo. Le tue corse frenetiche fino a spaccarti i polmoni, la chimica dei lassativi, la pioggia acida dei diuretici, tutto per sciacquare via l’errore, la colpa, per strizzare l’anima e renderla secca, vuota, “pulita”.
Allo specchio non c’eri tu. C’era una cosa deforme, grassa, oscena. Un viso mostruoso che chiedeva punizione, e tu gliela davi, con le unghie sulla pelle, lesionando la carne per cercare di strappare via la maschera, perché il cibo lo sentivi come una colpa schiacciante, ma esistere – esistere – era il peccato originale.
Hai abitato tante stanze bianche di ospedali sterili, comunità piene di regole e di silenzi, hai collezionato camici, diagnosi e crolli. Mille volte sei caduta nel piatto, mille volte hai pensato “è finita, sono rotta per sempre, non guarirò mai perchè è impossibile”.
Ma la milleunesima volta, Carlotta, la porta si è aperta, l’ennesimo percorso. Non per magia, non grazie al “tutto e subito” o al ripetuto “da domani”, ma per tigna, per disperazione, perché non hai più niente da perdere, per vita. Hai trovato la chiave giusta nella serratura arrugginita, il percorso di cura non si occupava solo dei sintomi, ma soprattutto della donna nel suo intimo più profondo proprio dove erano seppellite tutte le macerie, le cause.
E la guerra, dopo trent’anni di trincea, ha firmato la tregua. Sei guarita. Non sei più il mostro, non sei più la fame, ne la colpa. Non sei più la vergogna che avvertivi. Sei solo Carlotta. E finalmente, ti sei perdonata di essere viva.
CC
Introduzione e guida alla lettura della poesia “La Geometria del Vuoto, la paura di guarire”: la seguente poesia/riflessione vuole provare a spiegare in modo crudo, pesante, nero e diretto quello che si prova quando si è avvolti dal terrore più profondo che può essere provocato ad esempio da un possibile cambiamento sconosciuto o, peggio ancora, da imprevisti. Questi mali vogliono staticità, nessuno può decidere: sono il giudice dittatore DCA, altrimenti subito panico e destabilizzazione! Descrive anche quei momenti in cui non si è certi di nulla. Quando non sei niente e ti aggrappi all’unica maledetta cosa che conosci l’amata e odiata malattia, ma continui ad avere paura perché non ti fidi di niente nessuno. Rinneghi quello che non puoi né conoscere, né immaginare e cioè la possibilità che si possa arrivare ad avere una vita libera: “tanto è impossibile guarire”. Questa poesia vuole spiegare lo strazio, i pensieri contrastanti e grevi. La violenza interiore che esplode. E la mente che continua a mentire su ogni fronte.
4. “La Geometria del Vuoto, la paura di guarire”
Non c’è poesia nel bagno alle tre di notte, solo l’odore acre della bile e il freddo delle piastrelle che mi mordono le ginocchia, livide come prugne marce. È una liturgia violenta, un esorcismo al contrario: buttare fuori la vita per sentirsi finalmente puliti, finalmente vuoti, finalmente “io”.
La mia identità è fatta di numeri, di ossessioni continue che tagliano come lame, affilate, pronte a tagliare chiunque provi ad abbracciarmi. Mi sono costruita un’armatura di spigoli e silenzio, ho imparato la matematica della sparizione: meno mangio, quando riesco, più esisto. Meno occupo spazio, più la mia voce urla dentro.
E ora mi parlate di guarigione. La chiamate “salvezza”, ma a me sembra un’apocalisse. Avete occhi dolci e mani calde, ma io vedo solo ladri venuti a rubarmi l’unica cosa che è mia.
Ho il terrore di quel “dopo” che non conosco. Chi sono io se non ho fame? Chi sono io se non conto le calorie come grani di un rosario? Se smetto di tremare dal freddo in pieno agosto, cosa resta di me? CHI SONO IO SE NON SONO “BULIMICA”, “ANORESSICA” O AFFETTA DA DED ECC.?……. CHI CAZZO SONO? Tanto nessuno capisce.
Sento la guarigione come un mostro grasso che vuole soffocarmi, vuole riempire i buchi che ho scavato con tanta fatica, mi vuole coprire, nascondere la mia opera d’arte macabra. Ho paura di diventare ancora piu’ morbida, ho paura di diventare “normale”, di perdermi nella folla, di non essere più speciale nel mio dolore.
Non sapete che il mio corpo e il cibo sono la mia gabbia, ma sono anche l’unica casa che riconosco. Chiedermi di mangiare “normale” è chiedermi di abbandonare il mio dio, un dio crudele che mi frusta lo stomaco, la vita intera, ma che almeno non mi lascia mai sola.
Restare malata è un inferno che conosco a memoria, ogni girone, ogni fiamma, ogni crampo. Guarire è un paradiso straniero dove non so la lingua, dove non so camminare, dove ho paura di guardarmi allo specchio e non trovare nessuno.
Ho paura di provarci! Ma, chissà…
CC
Poesia riflessione sul concetto di forza e debolezza. I retaggi culturali sulle emozioni.
5. “Il Coraggio di Tremare”
Hanno diviso il mondo con un taglio netto, chirurgico:
da una parte il marmo, eretto, solare, maschile, il monumento che non cede, il totem che non piega, chiamarono questa rigidità “forza” e ne fecero legge.
Dall’altra l’acqua, il buio, l’abisso, il femminile, ciò che scorre, che accoglie e che trema, chiamarono questo sentire “Debolezza” e ne fecero colpa.
Siamo figli di questo antico inganno, eredi di un retaggio che ha castrato il pianto, dove mostrare il cuore è mostrare il ventre al nemico, dove un uomo che sanguina deve fingere che sia inchiostro, e una donna che sente è solo “troppo fragile” per il mondo.
Ci hanno insegnato a murare viva l’anima dietro la maschera di bronzo dell’imperturbabilità.
MA ASCOLTA, tu che trattieni il respiro per non urlare:
la psicoanalisi del cemento è una menzogna mortale.
Non c’è nulla di più fragile di chi non sa rompersi, di chi nega l’abisso che porta cucito sotto la pelle.
Il rimosso non muore, fermenta nel buio, e chi non piange, prima o poi, esplode.
L’emozione negata diventa sintomo, diventa veleno, la diga troppo alta crolla con violenza patologica, trasformando la tristezza umana in furia disumana.
La vera forza non è un monolite che ignora il vento, ma la canna di bambù che si piega e confessa la tempesta.
È un atto rivoluzionario, sacro e terribile, togliere l’armatura e dire: “Ho paura”, “Aiutami”.
In quel momento, nel brivido della voce che si spezza, tu non sei donna, non sei uomo, sei immensamente Umano.
Non vergognarti delle lacrime, sono l’unica acqua capace di lavare via la polvere dell’Ego.
La fragilità è la fessura da cui entra la luce, e chi chiede aiuto non sta cadendo, si sta alzando.
Ribellati al mito del guerriero di pietra.
Sii forte abbastanza da essere debole.
Sii coraggioso abbastanza da lasciarti vedere. Perché solo chi sa andare in pezzi può ricomporsi, finalmente intero. CC
Poesia riflessione sull’amore condizionato.
6. “Il Falso Respiro di Claudia”
Sono Claudia, e la mia aria è stata sempre filtrata dal loro respiro, non dal mio.
Ho imparato l’Amore Condizionato, un emblema di un affetto con clausola, un triste rinvio.
Significa che non sei amata per ciò che semplicemente sei, ma solo se soddisfi le aspettative altri.
Tu li ami e non vuoi perderli, per questo ti rinneghi, accettando il prezzo di essere qualcun altro, ogni giorno.
La mia pelle non è mia, è una divisa stretta, cucita dal timore di non esser voluta.
Senza accorgertene diventi altro da te, e a caro prezzo, senti che meriti pace solo se l’hai “comprata e dovuta”. Quell’amore e quella pace non sono gratis.
Sbagliare è un lusso che non mi posso concedere, il metro delle attese non posso violare.
Se non mi piego, scatta il castigo violento: parole dure o l’essere lasciata per sempre annegare.
Dentro è un tumulto: la parte autentica freme, un dolore violento, un’ingiustizia muta.
Mi chiedo se esisto oltre queste trame, se la vera Claudia è mai stata veduta; ho anche pensato di sì e forse non è piaciuta.
Sono sempre troppo o troppo poco, mai l’esatto spazio, la misura giusta. Vivo in un eterno, auto-imposto fuoco, una condanna antica, ingiusta.
Ma in un percorso di cura ho rotto il tabù, ho imparato l’amore senza l’aggiunta di un “se”.
È l’incondizionato, il porto, il consiglio, l’unica via per disfare il condizionato che ho imparato fin da piccolina.
E se le dinamiche in casa non cambiano mai, IO INVECE SÌ!
Nulla è cancellato, bensì elaborato.
Ricordo il terrore della vecchia attesa del giudizio, del responso di ogni singolo esame nell’arco della giornata, del verdetto, della punizione.
Sento che la mia maschera non ritorna più, perché ho urlato basta al dover essere, per accogliere finalmente l’autenticità dell’essere.
Ora esisto incondizionatamente.
CC
7. “Le “due stanze” della depressione”
La chiamano malattia, ma io la chiamavo “l’ombra”.
È nata con me, cucita nella fodera della mia pelle,
invisibile agli occhi di chi mi salutava per strada.
“Alexandra, come stai bene oggi”, dicevano.
Ma non sapevano che il mio corpo era una casa infestata,
e io ero l’unico inquilino terrorizzato.
Per una vita intera ho vissuto in due stanze.
Nella prima stanza, il tempo si fermava.
Era il peso del mondo concentrato sulle mie palpebre.
Non era stanchezza, era gravità:
sentivo addosso cento miliardi di chili,
come se Atlante mi avesse passato il globo e se ne fosse andato.
Il letto non era un rifugio, era una sabbia mobile di cui non riuscivo a fare a meno,
La luce dalla finestra entrava come una lama negli occhi,
le voci degli altri erano martelli sui vetri della mia mente.
Lì, non mi lavavo.
Lì, l’acqua sembrava acido e il sapone inutile,
perché lo sporco che sentivo era sotto la carne,
nell’anima, dove nessuna spugna può arrivare.
Ero un oggetto rotto, dimenticato in un angolo polveroso.
Poi, senza avviso, la porta si apriva sull’altra stanza.
La frenesia. Il fuoco.
Dalla paralisi alla corsa senza meta.
Credevo di volare, ma stavo solo cadendo verso l’alto.
Tutto brillava troppo, tutto era urgente, tutto era ora.
Era pericoloso, era elettrico.
Ho ballato sui cornicioni, ho speso emozioni che non avevo,
ho cercato di divorare la vita prima che lei divorasse me.
Nessuno vedeva la guerra civile nel mio sangue.
Hanno visto solo i crolli.
Hanno visto le ambulanze e le luci blu.
Hanno sentito il rumore delle chiavi nei reparti chiusi,
i TSO che mi strappavano dalla mia realtà per portarmi nella loro.
Ho cercato di spegnere l’interruttore tante volte,
perché il silenzio di non esistere piu’ sembrava più dolce
del rumore assordante di essere me stessa.
La società non perdona ciò che non vede.
Se hai una gamba rotta, ti portano la sedia.
Se hai l’anima rotta, ti dicono “sforzati”, “sorridi”, “reagisci”.
Come si fa a reagire quando il nemico “sei tu”?
Oggi, la tempesta si è calmata.
Non sono “guarita” come si guarisce da un raffreddore.
Ho fatto pace con l’ombra.
Ho ricucito i pezzi di Alexandra con il filo d’oro della cura,
con parole scavate in terapia, togliendo sassi dal cuore uno a uno.
Respiro. Mi alzo. Mi lavo.
Vedo i colori senza che mi feriscano.
La depressione è un lutto,
è piangere per se stessi mentre si è ancora vivi.
Ma ora so che quella pesantezza non era la mia identità,
era solo un bagaglio troppo grande
che finalmente ho imparato a posare a terra.
CC
Poesia riflessione sulla violenza sulle donne sia fisica, sia psicologica.
8. “La Cicatrice che Non Sanguina”
Non è il sangue a urlare, a volte è l’eco della porta sbattuta, di un “non vali un cieco”. Il colpo sferrato è solo l’inizio, la fine è nel nodo del tuo giudizio.
Ti ha tolto i colori, lasciato il bianco e nero, dicendoti che il tuo male è passeggero. Sei fragile, isterica, non sai capire— la menzogna è il martello che ti fa morire non fuori, ma dentro, dove nessuno vede il lento sbranarsi di ogni tua fede.
E quando la furia si fa carne, lascia un’opera d’arte sulle tue carni: un viola fiorito dove c’era la pelle, un dolore che non chiede, un corpo in brandelle. Ma la peggiore ustione non è il livido, è il sussurro costante: te lo sei meritato.
Hai imparato a zoppicare senza muovere un piede, a chiedere scusa per chi ti cede. La tua ombra non trema, ma trema la luce che un giorno portavi, ormai spenta, riluce solo nel fondo di un pozzo profondo, dove seppellisci la donna e il suo mondo.
E ogni volta che alzi lo sguardo e non vedi la persona che eri, ma ciò che gli chiedi di essere ancora: un muro, una statua, ricordi che la violenza è perpetua.
Non finisce col pugno, continua nel respiro, finché non rompi il vetro, non dici: io mi ritiro.
CC
Poesia riflessione sulla violenza sulle donne sia fisica, psicologica che economica.
9. “La Triplice Catena”
Non è solo il pugno, il suono sordo sul fianco, né solo il veleno, il sussurro di un inganno. È il conto in banca vuoto, la carta negata, la scelta che manca, la porta sbarrata.
La violenza ha un prezzo che non è il dolore, è il guinzaglio invisibile di chi decide il tuo valore. “Hai bisogno di me,” l’eco incessante, “Senza il mio stipendio, non sei più niente.” Sei merce di scambio, una mano tesa e vuota, il permesso negato per ogni singola nota.
Sei chiusa nel cerchio, perfetto e crudele: il corpo che duole, la mente che cede, e in più, il ricatto del pane quotidiano, la paura di uscire e restare senz’un soldo in mano. Il lavoro sabotato, la benzina razionata, la dignità messa a saldo, la vita calpestata.
La casa non è tua, il denaro è suo, sei un fantasma che vive per il cenno del tuo “io” che ti ha spogliato di tutto, anche della speranza, lasciandoti in piedi solo per la sua compiacenza.
Ma il ruggito non muore, respira sottile, nella tasca cucita che nasconde un biglietto. Un piano segreto, un conto aperto al destino, la libertà comprata con l’ultimo centesimo.
Perché il corpo è debole, e la mente è confusa, ma la volontà è dura, mai più sottomessa o reclusa.
CC
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