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Chi soffre di DCA si sente sempre giudicato/a

by ChiaraSole Ciavatta

Vivere con un disturbo del comportamento alimentare e sentirsi sempre giudicati significa camminare ogni giorno su un terreno minato dove ti sembra di avere l’anima e il corpo costantemente esposti sotto una lente d’ingrandimento spietata e ogni gesto ogni movimento e persino il modo in cui occupi lo spazio diventano bersagli facili per una critica invisibile ma costante.

Tu sei la prima/o a giudicarti con una severità feroce e finisci per proiettare questo tribunale interiore sul mondo intero convincendoti che chiunque incontri stia facendo una radiografia crudele di te e la cosa più dolorosa è che quel giudizio non riguarda mai solo il cibo o la bilancia ma si abbatte sull’interezza della tua persona, sulle tue scelte sul tuo valore e sul tuo diritto stesso di esistere, facendoti sentire sbagliata/o nelle fondamenta e allora per difenderti da questo assedio finisci per stringere i denti e innalzare muri sempre più spessi rifugiandoti in un controllo rigido che promette di proteggerti ma che in realtà ti lascia tragicamente sola/o in mezzo agli altri.

Chi vive con un disturbo del comportamento alimentare si muove costantemente dentro uno specchio distorto, dove ogni sguardo esterno viene percepito non come un semplice contatto, ma come un verdetto. Questa sensazione pervasiva di sentirsi perennemente sotto esame affonda le radici nella natura stessa della malattia, che colonizza l’identità fino a far coincidere il proprio valore con il controllo sul corpo.

Ma l’errore più grande è pensare che quel giudizio riguardi solo l’aspetto fisico o le calorie. La verità è che il peso e il corpo sono soltanto la superficie più visibile, lo schermo su cui si proietta un malessere ben più vasto. Il giudizio che la persona sente puntato contro è totale, globale, implacabile: si estende all’interezza del proprio essere, investendo il valore personale, le capacità, le scelte, il modo di parlare, di occupare spazio e di esistere nel mondo.

Chi soffre di un DCA parte spesso da una ferita antica, da un senso di inadeguatezza viscerale per cui sente di non andare bene “nelle fondamenta”. La mente malata è la prima a giudicarsi senza scampo in ogni sua sfumatura, ma finisce per proiettare questo tribunale implacabile sul mondo esterno, convincendosi che chiunque incontri stia facendo una radiografia spietata di tutta la sua persona. Ogni commento, ogni silenzio o ogni sguardo prolungato si caricano di una minaccia profonda: la conferma di essere radicalmente sbagliati.

L’ipervigilanza diventa così un’armatura protettiva per difendersi da un mondo percepito come ostile, ma paradossalmente isola ancora di più. Riconoscere che il giudizio non è mai solo sul corpo, ma tocca l’interezza dell’individuo, significa comprendere che la guarigione non può limitarsi al sintomo, ma richiede di restituire alla persona il diritto di esistere nella sua interezza, liberandola dal peso di dover dimostrare di valere. ChiaraSole Ciavatta

“Nel labirinto di un disturbo alimentare, gli occhi degli altri diventano specchi spietati: ci si sente perennemente giudicati (non solo per ciò che si è, ma soprattutto per il dolore invisibile che si tenta disperatamente di proteggere.)”
ChiaraSole Ciavatta

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